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| R.Papa, Adamo, olio su tela 1998 coll. priv. |
Nell’articolo precedente abbiamo affrontato la spiegazione del termine
iperrealismo. Si tratta di una questione storiografica interessante per un
duplice motivo; infatti, prima di tutto, la corretta comprensione di uno dei più
importanti movimenti figurativi del Novecento, è utile per riequilibrare
l’immagine antifigurativa di un secolo che, invece, se ben studiato, si rivela
più figurativo di come venga generalmente descritto; inoltre, la conoscenza dei
principi su cui si fonda il gruppo iperrealista, principi peraltro condivisi con
la Pop Art, evidenzia l’intima inconciliabilità dell’iperrealismo con il
pensiero cristiano, a causa di un rapporto non corretto con la realtà
circostante. Il movimento iperrealista non è l’unico movimento figurativo del
Novecento, ed anzi si muove entro un confine spazio-temporale ben delimitato.
Molti altri gruppi e movimenti, molte altre teorie estetiche e critiche, si
muovono nel vasto orizzonte del realismo.
Esistono, infatti, tanti tipi di “realismo”, diversamente interpretati dai
movimenti artistici che si sono succeduti nel corso dell’Ottocento e del
Novecento, talvolta in contiguità, più spesso in disaccordo. Ognuno di questi
movimenti ha avuto una propria visione del mondo da rappresentare, o una
ideologia da servire o ancora un potere da raccontare. Per un corretto studio
dell’arte figurativa, risulta importante conoscere ciascuno di questi movimenti,
in cui è possibile trovare elementi interessanti, ma è anche importante saper
discernere le diverse impostazioni, soprattutto quando si ragiona di arte sacra.
Il cristianesimo esige un’arte capace di dire Cristo, di ritrarlo nella sua
bellezza e verità. La condizione del cristiano di vivere nel mondo ma
di non essere del mondo è un criterio importante per ogni aspetto della
vita della Chiesa. Come ha ricordato recentemente il Santo Padre (a Friburgo, il
25 settembre), la Chiesa deve “demondanizzarsi”, ovvero la Chiesa «deve sempre
di nuovo aprirsi alle preoccupazioni del mondo e dedicarsi senza riserve ad
esse, per continuare e rendere presente lo scambio sacro che ha preso inizio con
l'Incarnazione» evitando la condizione «di una Chiesa che si accomoda in questo
mondo, diventa autosufficiente e si adatta ai criteri del mondo». Anche nelle
questioni dell’arte sacra occorre evitare l’accomodamento alle situazioni
mondane. La questione è talmente importante, che la soluzione certamente non si
può trovare prendendo qua e là dagli innumerevoli scaffali degli immensi
supermercati delle offerte estetiche contemporanee. Nel mercato del pret a
porter, con misure standard e tagli industriali, non si può trovare l’abito
ben fatto che calzi nei dettagli. In generale, occorre uscire dalla sudditanza
psicologica nei confronti del mondo.
L’arte cristiana nasce naturalmente dal cristianesimo, è il pieno
concretizzarsi di un sistema artistico che si nutre della fede, è un sistema che
cerca costantemente di conformarsi a quanto Gesù Cristo rivela ed insegna. Gesù
è il vero modello dell’opera d’arte; egli ne è intimamente il fondamento come
ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 476: «Poiché il
Verbo si è fatto carne assumendo una vera umanità, il corpo di Cristo era
delimitato. Perciò l'aspetto umano di Cristo può essere " dipinto ". Nel settimo
Concilio Ecumenico la Chiesa ha riconosciuto legittimo che venga raffigurato
mediante venerande e sante immagini».
L’arte cristiana è, quindi, originariamente figurativa, ed è
impossibile che perda questo carattere identitario se non a rischio di smarrire
se stessa e di non essere più in grado di dire Cristo. C’è un altro aspetto che
va adeguatamente messo in evidenza. Infatti, come ancora leggiamo nel
Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 1159: «è stata l’Incarnazione
del Figlio di Dio ad inaugurare una nuova economia delle immagini»; il
Catechismo cita al proposito San Giovanni Damasceno: «un tempo Dio, non avendo
né corpo, né figura, non poteva in alcun modo essere rappresentato da una
immagine. Ma ora che si è fatto vedere nella carne e che ha vissuto con gli
uomini, posso fare una immagine di ciò che ho visto di Dio»[1]. Dio si è mostrato visibile nel Figlio e quindi ci
permette di conoscerlo visivamente tanto da poterlo ritrarre. Gli uomini che
hanno incontrato Gesù e lo hanno conosciuto, spontaneamente desiderano
conservarne il ritratto. Il cuore spirituale dell’arte cristiana muove
intimamente dall’esigenza contemplativa di relazionarsi con il volto
dell’Amato.
Approfondendo il significato delle motivazioni teologiche e spirituali della
intima necessità figurativa dell’arte cristiana, il Catechismo della Chiesa
Cattolica al n. 1160 ancora afferma: «L'iconografia cristiana trascrive
attraverso l'immagine il messaggio evangelico che la Sacra Scrittura trasmette
attraverso la parola. Immagine e parola si illuminano a vicenda». Dunque la
pittura di immagini non solo è possibile perché nella persona di Cristo, Dio si
è reso visibile ed il suo corpo è divenuto misura e modello dell’azione
artistica, ma in più viene affermato che la stessa pittura, traducendo in
immagine le parole evangeliche, è capace di illuminarle.
Chiarita l’intima esigenza figurativa dell’arte cristiana, possiamo adesso
interrogarci su quale tipo di figuratività possa costituire l’abito su misura
per l’arte cristiana. La conoscenza del carattere peculiare del realismo
figurativo esigito dal cristianesimo, fornisce i criteri valutativi per
individuare la strada da percorrere per uscire dalla crisi che dalla metà del
secolo scorso ha colpito l’arte sacra.
L’iperrealismo, che rimane imbrigliato nei particolari della realtà
rappresentata, esaltando la dimensione sensuale dell’oggetto di consumo, non è
in grado di esprimere il cristianesimo; il surrealismo, che muovendosi tra il
gioco e il sogno, demolisce ogni aspetto razionale della realtà, si dimostra
anch’essa incapace di rappresentare la realtà creata e redenta dal Signore.
Neanche tra le spire ideologiche di un realismo storico, sociale o tecnologista,
sembra possibile veder fiorire l’espressione delle verità del cristianesimo.
Ancor meno il realismo abbagliato dalla luce artificiale del futurismo può
parlare di tempo ed eternità.
Il cristianesimo rivela che la realtà è opera della Provvidenza di Dio, che
la Grazia perfeziona la natura, il Verbo divino si fa carne umana, l’infinito si
esprime nel finito; questo implica per l’arte cristiana l’umiltà di saper
percorrere la via del giusto mezzo, del porre al centro la verità. Come in
filosofia la via del realismo moderato appare la più sicura ed adeguata, così
anche nella pittura, il realismo figurativo non può che evitare gli eccessi del
materialismo e dello spiritualismo, dell’iperrealismo e del simbolismo. Il
realismo nell’arte cristiana deve nutrirsi delle parole dei Vangeli, nella loro
dimensione che è, insieme, storica, simbolica, allegorica, morale e narrativa. È
importante mettere in evidenza la dimensione “narrativa” dell’arte figurativa
cristiana. Le storie sacre hanno la potenza di parlare all’uomo e le arti hanno
ripreso proprio da esse la capacità narrativa. La narrazione, che è il primo
modo di evangelizzare, si è trasformata nel cuore dell’arte cristiana.
L’arte cristiana, infatti, ha saputo prendere non solo dal volto di Cristo, ma
anche dalle sue parole, dalla sua stessa locuzione narrativa, i modelli cui
ispirarsi per costruire, attraverso la bellezza, un linguaggio visivo. In esso
ha saputo poi inventare e sviluppare strumenti adeguati per poter essere
“conforme” al suo primo “modello”.
Potremmo definire la dimensione narrativa dell’arte con le parole di Giovanni
Paolo II, che nella Allocuzione ai partecipanti al Convegno Nazionale
Italiano di Arte sacra (1981) sottolineava come la forma narrativa delle
parabole immediatamente divenga forma artistica, non solo nella predicazione e
nella letteratura patristica, ma soprattutto nella pittura e nella scultura,
determinando la sostanza più propria del linguaggio artistico che via via nei
secoli a questa si è adattato, inventando un nuovo sistema e delle nuove
discipline tecniche e scientifiche per poter rappresentare adeguatamente il
messaggio e la persona di Gesù Cristo: «con i vangeli l’arte è entrata nella
storia. Dai piccoli centri della Galilea e della Giudea la gente accorreva per
ascoltare il messaggio. E Gesù operò il mirabile rivestimento, modellò, diremmo
con parole moderne, il racconto in maniera che si potesse, oltreché ascoltare,
vedere. Parlò del pastore che aveva perduto la sua pecorella, del seminatore che
aveva seminato il seme in terreni diversi, del figlio prodigo che si era
allontanato da casa. Gli ascoltatori capivano subito che si trattava di loro,
pecorelle smarrite, semi che avrebbero dovuto fruttificare, figlioli ricercati
dall’amore del Padre».
L’arte cristiana ha una dimensione intrinsecamente narrativa, di cui non può
fare a meno, perché è imposta dalla conformità al modello. Le caratteristiche
dell’arte cristiana vengono desunte dal Magistero e dalla tradizione; il
realismo moderato, declinato nella narratività, coniugato con la bellezza a
servizio della verità, è il proprium che accomuna i più grandi
capolavori dell’arte cristiana, pur negli stili diversi ma nella fedeltà a
valori e finalità comuni. Ogni vera opera d’arte, nata per la Chiesa e nella
fede, ha saputo rivestirsi in una forma narrativa (Lex ornandi), per
promuovere la carità del cuore (Lex vivendi), nella preghiera (Lex
orandi) e nella catechesi (Lex credendi). E questa è la strada che
dovrebbero continuare a percorrere, gli artisti e i committenti. Pubblicato su Zenit il 3 ottobre 2011
1) San Giovanni Damasceno, De sacris
imaginibus orazione, 1, 16: PG 96, 1245A.
