lunedì 7 aprile 2014

Papa Francesco: la vera bellezza e "una bellezza artificiale che non esiste"

Papa Francesco, ricevendo in udienza i rappresentanti delle emittenti cattoliche italiane dell’Associazione Corallo (Coordinamento Radiotelevisioni libere locali) il 22  marzo [1], ha sottolineato la gravità dei tre peccati legati alle attività dei media:  “I peccati più grossi deimedia, sono tre: la disinformazione, la calunnia e la diffamazione. Queste due ultime sono gravi!, ma non tanto pericolose come la prima!”. Papa Francesco ha affermato che per evitare questi tre peccati mortali, i media devono cercare la verità, la bontà e la bellezza. Ma questa ricerca deve avvenire in modo autentico.
Infatti, il Pontefice  ha mostrato i rischi delle ricerche sterili. Una malintesa ricerca della verità può condurre alla dimensione di  “un intellettuale senza intelligenza”, così come una errata ricerca della bontà rischia di condurre ad essere un “eticista senza bontà” e la sbagliata ricerca della bellezza può deviarsi fino a "cercare i cosmetici per fare una bellezza artificiale che non esiste”. Ancora una volta Papa Francesco ha riportato il discorso alla triade esistenziale fondamentale, verità, bontà, bellezza, come già aveva fatto, un anno fa, nel Discorso del 16 marzo, ai rappresentanti dei media [2].
In quella occasione, proprio all’inizio del suo Pontificato, mostrando grande continuità con i suoi predecessori, papa Francesco aveva menzionato, per tre volte, la triade Verità, Bontà, Bellezza, giungendo a concludere: «la Chiesa esiste per comunicare proprio questo: la Verità, la Bontà e la Bellezza “in persona”. Dovrebbe apparire chiaramente che siamo chiamati tutti non a comunicare noi stessi, ma questa triade esistenziale che conformano verità, bontà e bellezza»[3].
Anche nel Discorso del 20 marzo 2013, ai rappresentanti delle Chiese, delle comunità ecclesiali e delle altre religioni, aveva fatto riferimento a «questa verità, bontà e bellezza di Dio, e che sono nostri preziosi alleati nell’impegno a difesa della dignità dell’uomo, nella costruzione di una convivenza pacifica fra i popoli e nel custodire con cura il creato» [4].
L’importanza della ricerca della bellezza è costante negli insegnamenti del Papa, e abbiamo in questo rubrica [5] più volte messo in evidenza la ricorrenza di questo tema anche nella Enciclica Lumen Fidei e in modo speciale nella Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium,dove si parla esplicitamente di via pulchritudinis, Appare particolarmente significativo che nel Discorso del 22  marzo abbia messo in guardia contro la falsa ricerca della bellezza, quella che conduce verso una cosmesi artificiale, lontana dalla vera bellezza che incontriamo nella natura, nelle opere dell’uomo e che ci parla della Bellezza di Dio. Papa Francesco ci invita a guardare autenticamente alla bellezza.
Sarebbe opportuno [6] affrontare la questione della bellezza con la stessa disarmante semplicità che Chesterton attribuisce all’atteggiamento tenuto di fronte alla verità dai seguaci del pensiero di san Tommaso d’Aquino: «la filosofia di san Tommaso si basa sulla convinzione condivisa da tutti che le uova sono uova. Gli hegeliani possono dire che un uovo è in realtà una gallina perché fa parte del continuo processo del “divenire”: i berkeliani possono sostenere che le uova in camicia esistono solo finché perdura il sogno, perché è altrettanto facile dire che il sogno è all’origine dell’uovo, come che l’uovo è all’origine del sogno; i pragmatisti possono credere che si possa trarre il meglio dalle uova strapazzate dimenticando che erano uova e ricordando solo lo strapazzo.
Ma i discepoli di san Tommaso non hanno bisogno di scervellarsi per strapazzare le uova, di cambiare l’inclinazione del capo per guardare le uova, di guardarle di traverso, o di strizzare un occhio per vedere un’ulteriore semplificazione delle uova. Il tomista vede le cose nella loro concretezza insieme al resto degli uomini e ha la consapevolezza comune che le uova non sono galline, sogni o pure e semplici supposizioni, ma cose verificate dall’autorità dei sensi, il che significa da Dio» [7] .
Uno sguardo autentico sulla bellezza dovrebbe cioè partire dalla evidenza della bellezza stessa, dal fatto che esistono cose belle, ed ogni approfondimento non dovrebbe mai perdere o distruggere la bellezza stessa. Occorre, dunque, uno sguardo semplice, che non smetta mai di mirare ed ammirare, ma anzi assuma classicamente la meraviglia come l’inizio ed il motore per ogni approfondimento.
Occorre anche uno sguardo nel possibile globale, che pur facendosi competente di conoscenze specifiche, non rinunci mai alla composizione della totalità; uno sguardo che non perda mai la visione dell’intero mosaico, concentrandosi solo su una tessera di esso, come scrive in modo suggestivo sant’Agostino, nel De ordine: «Supponiamo che un tale abbia la vista tanto limitata che in un pavimento a mosaico il suo sguardo possa percepire soltanto le dimensioni di un quadratino per volta. Egli rimprovererebbe all’artista l’imperizia nell’opera d’ordinamento e composizione nella convinzione che le diverse pietruzze sono state maldisposte. Invece è proprio lui che non può cogliere e rappresentarsi in una visione d’insieme i pezzettini armonizzati in una riproduzione d’unitaria bellezza. La medesima condizione si verifica per le persone incolte. Incapaci di comprendere e riflettere sull’universale e armonico ordinamento delle cose, se qualche aspetto, che per la loro immaginazione è grande, li urta, pensano che nell’universo esiste una grande irrazionalità» [8].
La bellezza implica sempre un richiamo alla totalità, essendo le cose belle per partecipazione della stessa bellezza di Dio. In modo particolare, nell’orizzonte della Rivelazione, la bellezza richiama il rapporto tra il frammento e il tutto, come sottolinea Mazzotta: «E così, il linguaggio del bello nella cultura dell’Occidente trasmette l’idea cristiana del Tutto che si svela e si custodisce nel frammento e, allo stesso tempo, del frammento, che anela al tutto e in esso finalmente si placa. Questa tensione tra il frammento e il tutto è come un fiume carsico che riemerge […] e che disegna una fenomenologia della bellezza» [9].
Nel libro della Sapienza  troviamo l’invito più grande e più bello a vedere e contemplare, nella bellezza delle cose create, la Bellezza di Dio creatore, principio e autore di ogni bellezza: «Davvero vani per natura tutti gli uomini che vivevano nell'ignoranza di Dio, e dai beni visibili non furono capaci di riconoscere colui che è, né, esaminandone le opere, riconobbero l'artefice. Ma o il fuoco o il vento o l'aria veloce, la volta stellata o l'acqua impetuosa o le luci del cielo essi considerarono come dèi, reggitori del mondo. Se, affascinati dalla loro bellezza, li hanno presi per dèi, pensino quanto è superiore il loro sovrano, perché li ha creati colui che è principio e autore della bellezza. Se sono colpiti da stupore per la loro potenza ed energia, pensino da ciò quanto è più potente colui che li ha formati.
Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro autore. Tuttavia per costoro leggero è il rimprovero, perché essi facilmente s'ingannano cercando Dio e volendolo trovare. Vivendo in mezzo alle sue opere, ricercano con cura e si lasciano prendere dall'apparenza perché le cose viste sono belle. Neppure costoro però sono scusabili, perché, se sono riusciti a conoscere tanto da poter esplorare il mondo, come mai non ne hanno trovato più facilmente il sovrano?» (Sap 13, 1-9)
Una autentica ricerca della bellezza conduce a Dio, autore di ogni bellezza, nel cui desiderio dovrebbe consumarsi e compiersi ogni ricerca esistenziale: «Una cosa ho chiesto al Signore,/questa sola io cerco:/abitare nella casa del Signore/tutti i giorni della mia vita,/per contemplare la bellezza del Signore/e ammirare il suo santuario» (Salmo 26).
Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Storico dell’arte, Accademico Ordinario Pontificio.

*
NOTE
[1] Cfr. http://www.zenit.org/it/articles/tra-calunnia-e-diffamazione-la-disinformazione-e-peggio.
[2] Cfr. R. Papa, Papa Francesco: la bellezza come misura, in Zenit, 15 aprile 2013.
[3] Francesco, Discorso. Udienza ai rappresentanti dei media, 16 marzo 2013.
[4] Francesco, Discorso. Incontro con i rappresentanti delle Chiese e delle comunità ecclesiali e di altre religioni, 20 marzo 2013.
[5] Cfr. per esempio, R. PAPA, Papa Francesco e la bellezza nel suo primo anno di pontificato, 17 marzo 2014, http://www.zenit.org/it/articles/papa-francesco-e-la-bellezza-nel-suo-primo-anno-di-pontificato; R. Papa, La “Evangelii Gaudium” e il bene, il vero e il bello, 20 gennaio 2014, http://www.zenit.org/it/articles/evangelii-gaudium-e-il-bene-il-vero-ed-il-bello; R. Papa, Riflettendo ancora sul n. 167 della “Evangelii Gaudium”. “Recuperare la stima della bellezza”, 7 gennaio 2014, http://www.zenit.org/it/articles/riflettendo-ancora-sul-numero-167-della-evangelii-gaudium; R. Papa, La “Evangelii Gaudium” e l’ “Inter Mirifica”. “Custodi del bene e della bellezza”, 23 dicembre 2013, http://www.zenit.org./it/articles/la-evangelii-gaudium-e-la-inter-mirifica; R. Papa, La bellezza del Vangelo. Leggendo la “Evangelii Gaudium”, 10 dicembre 2013, http://www.zenit.org/it/articles/la-bellezza-del-vangelo; R. Papa,La “Lumen Fidei” e l’arte sacra, diviso in 8 parti, la prima uscita il 22 luglio 2013,http://www.zenit.org/it/articles/papa-francesco-la-lumen-fidei-e-l-arte-sacra-prima-parte e l’ottava il 28 ottobre 2013, http://www.zenit.org/it/articles/la-lumen-fidei-e-l-arte-ottava-parte.
[6] Cfr. R. Papa, Discorsi sull’arte sacra, Cantagalli, Roma 2012.
[7] G.K. Chesterton, San Tommaso d’Aquino [, trad.it., Lindau, Torino 2008, p. 150.
[8] S. Agostino d’Ippona, De ordine, I, 1.2 (trad.it. L’ordine dell’universo, Città Nuova, Roma 2010), p. 83. Oggi forse alla singola tessera del mosaico si è sostituito il pixel.
[9] G.Mazzotta, Sulle vie della Bellezza. La scala dell’amore, in Per solo amore. Vangelo cristiano e pienezza umana, Qualecultura, Vibovalentia 2008, pp. 73-74.

mercoledì 19 marzo 2014

PAPA FRANCESCO E LA BELLEZZA, NEL SUO PRIMO ANNO DI PONTIFICATO.



Questi sono giorni di festeggiamenti: tanti giornali, riviste e trasmissioni televisive si stanno rincorrendo per raccontare il primo anno di pontificato di Papa Francesco, da quel primo giorno, o meglio sera, nella quale apparve nella loggia di San Pietro e ci salutò tutti, a noi presenti nella piazza e a tutto il resto del mondo attraverso le infinite televisioni presenti, fino ad oggi con il viaggio in pullman in occasione del ritiro nel periodo di Quaresima.
In questa nostra rubrica, che si interessa d’arte e d’arte sacra ed è osservatorio ideale per vedere ciò che sta accadendo nel mondo e nella Chiesa, dobbiamo raccontare i fatti di un anno interessantissimo, pieno di eventi, di scritti e di discorsi importantissimi per le questioni dell’arte e dell’arte sacra in particolare.
Dal primo discorso fatto ai cardinali nella Cappella Sistina, il giorno dopo l’elezione, fino agli ultimi discorsi della settimana appena trascorsa, Papa Francesco ribadisce, in continuità con i suoi predecessori, che per poter parlare di Cristo c’è necessità di uscire dalla logica della mondanità, riconquistando al discorso una triade inscindibile quale “bello, vero e buono”. Infatti, come tutta la cultura artistica, filosofica ed estetica in ambito cattolico ci insegna, senza la bellezza non è possibile parlare in maniera credibile della verità e del bene. Quindi riprendere a guardare alla bellezza, in tutte le sue forme e declinazioni, è la strada per uscire dallo scacco della modernità e della post-modernità, dal suo relativismo imperante che impedisce di dire la verità o di affermarla, di parlare di principi etici e/o morali validi e comuni a tutti gli uomini, di affermare diritti umani veri e fondati su di una corretta antropologia, di ribadire che la verità fa liberi gli uomini e che la schiavitù risiede nel non comprenderla e non ricercarla tra le vie del mondo.
Papa Francesco, sta muovendo una immensa riflessione sui veri principi che ordinano il mondo, sulle priorità per aiutare i deboli, gli ultimi, nelle periferie esistenziali, ma senza dimenticare -come farebbe una ONLUS-, che è Cristo stesso che salva e che non dobbiamo portare solo pane, che non dobbiamo portare solo vestiti, che non dobbiamo portare solo amicizia, che non dobbiamo portare solo misericordia, ma tutte queste cose insieme, appunto Cristo tutto intero, portando la bellezza di Cristo: quella che permette agli uomini e alle donne del nostro mondo di vedere una luce di speranza.
Proprio in questi giorni è stato ripubblicato dalla Editrice Missionaria Italiana un libro scritto dall’allora cardinal Jorge Mario Bergoglio, dal titolo La bellezza educherà il mondo, che raccoglie testi scritti tra il 2008 e il 2011 per la diocesi di Buenos Aires. Il testo, finora inedito in italiano, mette in luce una relazione tra educazione e bellezza, anzi potremmo dire la vera relazione tra educazione e bellezza, poiché senza l’armonia , l’ordine, la simmetria, la proporzione e lo splendore non possiamo indicare ciò che è bene e ciò che è vero, quindi non è possibile indicare una direzione certa nella educazione. Jorge Mario Bergolgio ha una formazione letteraria, ha sempre inserito nei suoi testi riferimenti della grande letteratura di tutti i tempi ed in particolar modo al “canone” letterario occidentale come ad esempio Dante, Shakespeare o Manzoni (tutti grandi scrittori cattolici), tanto che questo testo inedito in italiano non ci meraviglia affatto, anzi si pone in continuità con il più profondo pensiero magisteriale, organizzando una paideia improntata sui valori raccontati, narrati dalla grande letteratura di tutti i tempi. In una società come la nostra, liquida, post-moderna e quindi senza fini ne’ mezzi educativi, è difficile educare i giovani al bene. Papa, Francesco con la sua propria capacità comunicativa, rimette in continuazione al centro di ogni discorso, la capacità veritativa della bellezza, non fine a se stessa come la immagina la visione consumistica del pop contemporaneo, ma come principio identificativo della verità e quindi del bene.

La strategia educativa del Pontefice, in totale continuità con tutti i suoi illustri predecessori, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, tanto per citare i più prossimi, è quella di porre l’accento sulla misericordia della Chiesa, sulla profonda conoscenza della Chiesa esperta in umanità, ma anche sulla consapevolezza millenaria propria della Chiesa che senza la bellezza non si educa, non si può parlare al mondo del bene e non è possibile affermare Cristo.
Questo è tanto vero che sia nella enciclica Lumen Fidei che nella Esortazione Apostolica Evangelli Gaudium vediamo come nel cuore del discorso è stata collocata una attenzione particolare al vedere ed alla bellezza.
L’enciclica Lumen Fidei, infatti, valorizza la vista: «la vista offre la visione piena dell’intero percorso e permette di situarsi nel grande progetto di Dio; senza tale visione disporremmo solo di frammenti isolati di un tutto sconosciuto» (n. 29); inoltre pone all’attenzione la «connessione tra il vedere e l’ascoltare, come organi di conoscenza della fede» (n. 30). Soprattutto l’enciclica ne mostra la motivazione cristocentrica: «Come si arriva a questa sintesi tra l’udire e il vedere? Diventa possibile a partire dalla persona concreta di Gesù, che si vede e si ascolta […] in questo senso, san Tommaso d’Aquino parla dell’oculata fides degli apostoli –fede che si vede!- davanti alla visione corporea del Risorto. Hanno visto Gesù risorto con i loro occhi e hanno creduto, hanno cioè potuto penetrare nella profondità di quello che vedevano per confessare il Figlio di Dio, seduto alla destra del Padre» (n. 30). La vera visione viene esaltata come un dono ricevuto da Gesù stesso: «solo quando siamo configurati a Gesù, riceviamo occhi adeguati per vederlo» (n. 31).
Questa dinamica del vedere intrinseca nella fede in Gesù Cristo è il fondamento dell’arte figurativa cristiana. Infatti, nell’enciclica viene argomentato che, come il prodotto dell’ascolto è la testimonianza in parole, così il prodotto della visione è farsi specchio. Potremmo dire che l’arte sacra può essere considerata come finalizzata a farsi specchio del volto di Gesù, che è stato tramandato dalla Chiesa, che è il luogo della memoria della oculata fides.
L’enciclica pone, infatti, una dinamica cristocentrica di figura, immagine e specchio:  «Il credente impara a vedere se stesso a partire dalla fede che professa la figura di Cristo è lo specchio in cui scopre la propria immagine realizzata. E come Cristo abbraccia in sé tutti i credenti, che formano il suo corpo, il cristiano comprende se stesso in questo corpo, in relazione originaria a Cristo e ai  fratelli nella fede» (n. 22). Cristo è specchio dell’immagine realizzata del credente. Ogni immagine trova la propria piena configurazione nella figura di Gesù, nello specchiarsi nel suo volto. L’arte sacra cristiana deve farsi specchio della figura di Gesù Cristo. Cristo è origine e fine di tutto il “sistema d’arte cristiano”[1].
L’arte sacra –specchio dello splendore divino- può essere inserita nella dinamica della testimonianza; come dall’ascolto nasce l’annuncio, così dalla visione nasce l’arte sacra, la comunicazione delle cose viste: «La fede non è un fatto privato, una concezione individualistica, un’opinione soggettiva, ma nasce da un ascolto ed è destinata a pronunciarsi e a diventare annuncio» (n. 22). E con questo come con altre considerazioni spazza via ogni equivoco relativistico che nel corso degli ultimi decenni si è insinuato nel pensiero artistico cattolico e che ha edificato tante brutte, quanto inadeguate chiese conformate non hai principi della bellezza, ma a quelle dell’utilitarismo consumistico.

Attraverso poi l’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, Papa Francesco sottolinea con forza come sia impossibile parlare della verità e del bene senza percorrere la via della bellezza, come afferma la Evangelii Gaudium, quella bellezza che è “autentica” nella luce del “legame inseparabile tra verità, bontà e bellezza” e come dunque sia necessario «recuperare la stima della bellezza per poter giungere al cuore umano e far risplendere in esso la verità e la bontà del Risorto» (n. 167). Dunque, comprendiamo come non si possa compiere alcuna azione pastorale, barattando la autentica bellezza con la disarmonia del relativismo estetico ed etico, e che la ricerca di “nuovi segni, novi simboli, nuova carne”  debba partire dal «recuperare la stima della bellezza» (n. 167).
Nel numero 167 della Evangelii Gaudium viene enfatizzata la questione della formazione alla bellezza, l’importanza della continuità con il passato e la sottolineatura della vitalità creativa del sistema d’arte cristiano.
Il centro di tutta l’argomentazione è il legame tra verità, bontà e bellezza[2] del Risorto: “la verità e bontà del Risorto … il Figlio fatto uomo rivelazione della infinita bellezza”. Questo legame può essere oscurato dal “relativismo estetico”: “Non si tratta di fomentare un relativismo estetico che possa oscurare il legame inseparabile tra verità, bontà e bellezza”. Ho già messo in evidenza come in questa affermazione, occorre sottolineare l’importante presenza di un’altra nota, la nota 130, che rimanda al Decreto del Concilio Vaticano II sui mezzi di comunicazione sociale Inter mirifica, in modo particolare al numero 6, che recita: “La seconda questione riguarda le relazioni tra i diritti dell'arte -come si suol dire- e le norme della legge morale. Poiché il moltiplicarsi di controversie su questo argomento non di rado trae origine da dottrine erronee in materia di etica e di estetica, il Concilio proclama che il primato dell'ordine morale oggettivo deve essere rispettato assolutamente da tutti. Questo ordine è il solo a superare e armonizzare tutte le diverse forme dell'attività umana, per quanto nobili esse siano, non eccettuata quella dell'arte. Solo l'ordine morale, infatti, investe l'uomo nella totalità del suo essere creatura di Dio dotata di intelligenza e chiamata ad un fine soprannaturale; e lo stesso ordine morale, se integralmente e fedelmente osservato, porta l'uomo a raggiungere la perfezione e la pienezza della felicità» (Inter Mirifica, n. 6).
Papa Francesco, sta ponendo al centro di tutta la sua pastorale il recupero dei valori in continuità con tutta la tradizione, indicando ancora una volta che la via non è rinnegare il passato della Chiesa e accettare le istanze post-moderne, conformando di fatto l’intera Chiesa al mondo, ma l’esatto contrario: promuovere l’uomo in tutta la sua interezza e superare anche attraverso l’ausilio della bellezza le fragilità della società consumistica, relativista ed infelice post-contemporanea.
Speriamo che molti seguano i suoi esempi e comprendano ad ogni livello che su questo punto si gioca una partita sociale, politica, culturale, economica e in ultima analisi spirituale, determinante per l’edificazione di un mondo più giusto.




*Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Storico dell’arte, Accademico Ordinario Pontificio. Website www.rodolfopapa.it Blog: http://rodolfopapa.blogspot.com  e.mail:  rodolfo_papa@infinito.it  .





[1] Sul “sistema d’arte cristiano” cfr. R. Papa, Discorsi sull’arte sacra, Cantagalli, Siena 2012, cap. II.
[2] Su questo legame cfr. il mio articolo La bellezza del Vangelo. Leggendo la Evangelii Gaudium, pubblicato su Zenit il 10 dicembre: http://www.zenit.org/it/articles/la-bellezza-del-vangelo ed anche Papa Francesco: la bellezza come misura, pubblicato su Zenit il 15 aprile 2013: http://www.zenit.org/it/articles/papa-francesco-la-bellezza-come-misura

lunedì 17 marzo 2014

LA BELLEZZA, VIA PER RISCOPRIRE DIO:La riflessione del prof. Rodolfo Papa Intervista di Paolo Ondarza a RADIO VATICANA

http://it.radiovaticana.va/news/2014/03/16/la_bellezza,_via_per_riscoprire_dio:_la_riflessione_del_prof._rodolfo/it1-781846   {clicca qui}

R. Papa, durante i lavori del XIII Sinodo Generale dei Vescovi in qualità di Esperto.

“È bene che ogni catechesi presti una speciale attenzione alla ‘via della bellezza’”. E’ questo un passaggio dell’Esortazione apostolica "Evangelii gaudium" di Papa Francesco. “Annunciare Cristo – scrive il Santo Padre - significa mostrare che credere in Lui e seguirlo non è solamente una cosa vera e giusta, ma anche bella”. Sul rapporto tra arte e fede, spiritualità e bellezza, Paolo Ondarza ha intervistato l’artista Rodolfo Papa, docente di Storia delle teorie estetiche presso la Pontificia Università Urbaniana:RealAudioMP3 


del sito Radio Vaticana 

venerdì 7 marzo 2014

“O È UN CAPOLAVORO O È UN’OPERA D’ARTE”, OPPURE E’ SPAZZATURA. Anna Macchi e la critica d’arte contemporanea

Anna Macchi il nostro critico d'arte di riferimento

In questi giorni, i giornali e telegiornali nazionali hanno lanciato una notizia a prima vista solo curiosa e poco importante, ma che invece contiene elementi interessanti per una riflessione sull’arte. A Bari una donna delle pulizie, Anna Macchi[1], descritta dalla ditta per la quale lavora come persona molto coscienziosa, ha spazzato via della sporcizia all’interno di uno spazio espositivo pubblico. Il fatto non costituirebbe notizia, se non che, secondo i critici e gli artisti che hanno allestito la collettiva «Display Mediating Landscape» in questo periodo in esposizione nello spazio pulito appunto dalla signora Macchi, quella spazzatura conterrebbe opere d’arte, fatte di carta e cartone, e come tali consegnate alla locale azienda di nettezza urbana AMIU per lo smaltimento.
La notizia ha fatto immediatamente ridere, e non tanto perché la signora Macchi  abbia spazzato via della monnezza, quanto piuttosto per il fatto che critici ed artisti abbiano reclamato le loro  opere, e che tali opere,  che l’AMIU sta tentando di distinguere dall’altra spazzatura, abbiano anche un considerevole “valore” monetario.
Abbiamo anche riso, perché la notizia ci ricorda qualcosa di simile, già gustato in molta cinematografia d’autore. Ci riviene in mente l’episodio di Remo e Augusta Proietti, due fruttivendoli romani, alle prese con la Biennale d’arte di Venezia, nell’episodio diretto ed interpretato da Alberto Sordi, “Le vacanze intelligenti” [2] all’interno del film collettivo “Dove vai in vacanza?”con altri due episodi diretti da Salce e Bolognini, del 1978. L’attrice Anna Longhi, nei panni di Augusta, ed Alberto Sordi, nei panni di Remo, durante un viaggio organizzato per loro dalla figlia competente, sono travolti e confusi da ciò che non riescono a comprendere e che li fa sentire inadeguati. Al centro dell’episodio, c’è Augusta che stanca e accaldata -mentre il marito Remo si allontana alla premurosa ricerca di un bicchiere d’acqua-, si siede su una sedia, senza rendersi conto che si tratta di un’installazione. I visitatori colti, di contro, pensano che Augusta faccia parte dell’opera, a dimostrare, secondo il regista, che nessuno è in grado di comprendere nella condizione post-moderna cosa sia arte e cosa no. La gag è esilarante, non tanto per  la sprovveduta ignoranza di Augusta, quanto per la falsa conoscenza dei visitatori colti e informati che trovano un significato profondo al loro abbaglio. Sembrano come i cortigiani del Re nella favola di Andersen, che si mostrano ammirati per un abito mai cucito con stoffe mai tessute. Remo e Augusta Proietti svolgono, invece, la stessa funzione del bambino che è ancora libero di vedere e quasi involontariamente smaschera l’inganno, dicendo semplicemente ciò che vede: nella favola il re nudo, nel film di Sordi una sedia.
Una seconda citazione cinematografica quasi d’obbligo, è un raffinatissimo passaggio nel film Il Mistero di Bellavista[3] scritto, diretto ed interpretato da Luciano De Crescenzo nel 1984, tratto dall’omonimo romanzo del 1977. Dopo la spiegazione di un verboso professore (interpretato da Riccardo Pazzaglia) che spiega il significato profondo di un’opera d’arte consistente in un bagno interpretandola come espressione dei valori dello spirito, Salvatore e Saverio si confrontano sulla identità dell’arte  in un dialogo di rara forza argomentativa. Salvatore ammette di essere “ignorante” avendo studiato solo fino alla III elementare (sebbene questa ripetuta due volte) e rimane perplesso di fronte al bagno inteso come opera d’arte, Saverio, che si dichiara invece “quasi ignorante”, avendo studiato fino alla III media (dopo la quale è fiero di essersi fermato da solo prima che altri lo fermassero), ritiene di dover difendere tale arte, affermando che persone con la “laurea in critica”  e con i soldi riescono senz’altro a comprendere più di loro. Salvatore si domanda se avendo studiato avrebbe saputo apprezzare tale arte. Si rivolgono allora a un professore, ovvero lo stesso De Crescenzo che, sorseggiando una limonata, spiega che la questione può essere risolta applicando la filosofia di Protagora, concludendo che l’arte in questione è arte per Saverio e non è arte per Salvatore. Entrambi non sono soddisfatti della risposta, e allora Salvatore prende le redini del dialogo e comincia a raccontare che tempo prima un muratore, sotto le macerie di una villa a Torre del Greco, aveva trovare un quadro poi identificato come opera di Luca Giordano e, pur essendo profondamente ignorante, aveva capito che quel quadro poteva essere “minimo un capolavoro o addirittura un’opera d’arte”. Salvatore prosegue poi con una domanda dalla forza socratica: tra mille anni, gli operai del tremila, trovando in una cantina l’opera d’arte da cui era partita la discussione, penseranno di trovarsi di fronte a un capolavoro o a un bagno scassato? Il professore non può che ammettere sorridendo: “un bagno scassato”.
Del resto l’episodio di Anna Macchi, da cui siamo partiti, conferma la conclusione di questo ineccepibile ragionamento, anzi lo rafforza, perché avviene nella contemporaneità, senza neanche dover attendere  mille anni.
Occorre aggiungere un altro fatto. In Germania nel 2011[4], una donna delle pulizie del Museo East Wall di Dortmund ha rovinato una installazione dell’artista Martin Kippenberg, costituita da una torre di legno con al centro una vaschetta di gomma dal rivestimento biancastro; la signora ha lavato proprio questa vaschetta, eliminando in questo modo la patina biancastra. L’episodio è simile a quello di Anna Macchi, ma le reazioni però sono state assai diverse. Il direttore del Museo ha lamentato la perdita di reputazione, la signora è stata punita, la questione è stata tradotta in termini di assicurazioni e risarcimenti, e di protocolli di pulizia (pulire solo a 20 centimetri dalle opere)
Invece in Italia, forse proprio per quell’atteggiamento espresso e nello stesso tempo nutrito dai film citati, il fatto è stato accolto con ironia, e addirittura la signora Macchi ha ricevuto la proposta di essere testimonial della AMNIU.
Giungiamo infine ad un altro episodio significativo contenuto in “Anplugged”[5] spettacolo teatrale del 2006 di Aldo, Giovanni e Giacomo, trasformato in film “Anplugghed al cinema”. Nell’episodio ambientato in una Galleria d’Arte Moderna, Giacomo insegna con termini esoterici alcune teorie contemporanee dell’arte ad Aldo e Giovanni, che tentano invano di capire ed applicare i criteri di un linguaggio che si mostra come illogico e arbitrario; in particolare non riescono a cogliere la differenza tra la realtà ( “un estintore”) e un’opera d’arte (“una sedia decostruttivista”): Giovanni di fronte alla sedia vede solo una sedia simile a quelle di sua nonna e  ci si siede (peraltro con chiara citazione del film di Sordi), non comprendendo che quello è invece il “concetto di sedia”. Viene ribadita l’impossibilità di distinguere l’opera d’arte e di riconoscerla, ma con un metodo diverso. Infatti, al dialogo argomentativo dell’episodio di De Crescenzo,  si aggiunge la dimostrazione fattuale ed evidente, che culmina quando il dotto Giacomo afferma che una cornice senza il quadro racchiude lo “spazio sacro inviolabile” dell’arte, e allora i due incompetenti Giovanni ed Aldo violano fisicamente quello spazio, attraversandolo con il corpo e mostrando che non esiste, perché dentro la cornice non c’è appunto niente, con un’azione teatrale confutatoria e dissacrante, che ricorda Pinocchio, Pulcinella, Arlecchino…
Dunque la notizia relativa al gesto di Anna Macchi ci ha condotto in un percorso interessante sulla identità dell’arte e sulla efficacia comunicativa di certe forme artistiche.
In conclusione, vogliamo tornare alla Evangelii Gaudium, all’illuminante numero 167, già tante volte letto e apprezzato in questa rubrica: «Bisogna avere il coraggio di trovare i nuovi segni, i nuovi simboli, una nuova carne per la trasmissione della Parola, le diverse forme di bellezza che si manifestano in vari ambiti culturali, e comprese quelle modalità non convenzionali di bellezza, che possono essere poco significative per gli evangelizzatori, ma che sono diventate particolarmente attraenti per gli altri». Papa Francesco ci fa capire che trovare nuova carne significa trovare segni che abbiano significato, che arrivino alle persone, che siano attraenti per gli sprovveduti e gli incolti, rinunciando a ciò che invece non viene compreso dai più, rinunciando a quel tipo di espressione che veicola solo se stessa, che fuori da un certo esoterico linguaggio non significa niente, non rimanda a niente. L’arte sacra dovrebbe parlare a tutti, permettendo a chiunque di riconoscere se si tratta di un capolavoro o di un’opera d’arte o di semplice monnezza.


Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Storico dell’arte, Accademico Ordinario Pontificio. Website www.rodolfopapa.it Blog: http://rodolfopapa.blogspot.com  e.mail:  rodolfo_papa@infinito.it  .