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Card. Bagnasco durante l'inaugurazione della cattedrale di Bojano con i vescovi Spina e Bregantini e l'artista Rodolfo Papa |
La liturgia è il luogo in cui in
modo eccellente l’arte presta il suo servizio ancillare; al proposito, il
Concilio Vaticano II nella
Sacrosanctum
Concilium usa proprio il termine “servizio”, anzi “nobile servizio”: «la
santa madre Chiesa ha sempre favorito le belle arti, ed ha sempre ricercato il
loro nobile servizio, specialmente per far sì che le cose appartenenti al culto
sacro splendessero veramente per dignità, decoro e bellezza, per significare e
simbolizzare le realtà soprannaturali»
.
Il
Compendio del Catechismo sottolinea il valore di questa tradizione
nell’accezione della bellezza: «Gli artisti di ogni tempo hanno offerto alla
contemplazione e allo stupore dei fedeli i fatti salienti del mistero della
salvezza, presentandoli nello splendore del colore e nella perfezione della
bellezza»
.
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| Rodolfo Papa con il card. Bagnasco, mons. A. Spina, mons. G. Bregantini e il parroco don Rocco Di Filippo |
In un articolo comparso di
recente, Daniel Estivill sottolinea la
presenza di un contenuto oggettivo nelle opere di arte sacra che sia l’artista
che il fruitore devono rispettare: «quando si tratta delle opere d’arte a
servizio della Chiesa […] in questo caso non solo l’osservatore non può dare un
significato all’opera, ma nemmeno l’artista nel suo processo creativo può
ignorare un contenuto che gli viene dato dalla fede, senza la quale niente
nella vita della Chiesa è pienamente comprensibile e attuabile»
. Il
Cristianesimo ha sempre prodotto immagini,
a motivo dell’Incarnazione del Verbo di Dio che si è fatto visibile. Per
questo motivo, l’arte è intrinsecamente legata alla religione cristiana, tanto
che il Cristianesimo ha condizionato «in
modo strutturale la storia della cosiddetta civiltà occidentale delle immagini»
[4]; autorevolmente il
Catechismo della Chiesa Cattolica,
afferma: «è stata l’Incarnazione del Figlio di Dio ad inaugurare una nuova
economia delle immagini»
[5].
Infatti un’arte sacra cristiana è
sempre esistita, e non bisogna inventarla o negarla: l’Incarnazione di Dio
Figlio ha sconvolto la storia dell’uomo e anche la storia dell’arte; come
afferma San Giovanni Damasceno, citato anche dal
Catechismo della Chiesa Cattolica: «un tempo Dio, non avendo né
corpo, né figura, non poteva in alcun modo essere rappresentato da una
immagine. Ma ora che si è fatto vedere nella carne e che ha vissuto con gli
uomini, posso fare una immagine di ciò che ho visto di Dio»
. Se
l’uomo pre–cristiano o non–cristiano può trovare delle ottime ragioni per
glorificare Dio attraverso la riproposizione artistica della bellezza del
Creato, tanto più l’uomo cristiano non può che gioire di fronte alla
possibilità di poter riprodurre in immagini Cristo, la Madonna e i Santi. Questa possibilità,
percepita come eccezionale fin dall’inizio —si consideri al proposito
«il fiorire in tutte le
Chiese di numerose storie e leggende sul vero ritratto del Signore e della sua
Santissima Madre”
[7]—si radica soprattutto nelle parole di Cristo risorto:
«Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un
fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho
» (Lc 24, 38-40). All’artista cristiano è dunque chiesta non
un’arte che finga fantasmi, ma un’arte che rappresenti corpi reali di carne e ossa. Ancora il
Catechismo afferma: «Poiché il Verbo si
è fatto carne assumendo una vera umanità, il corpo di Cristo era delimitato.
Perciò l'aspetto umano di Cristo può essere "dipinto"»
.
Ma allora, giungendo alla questione
cruciale, ci possiamo finalmente domandare quale figurativo dovremmo auspicare
per lo sviluppo dell’arte sacra nel XXI secolo. Quale formula stilistica
dovremmo intraprendere e come procurarcela? Queste domande si stanno imponendo
da tempo e circolano rapidamente all’interno della cultura
cattolica. Alcuni cercano le risposte in “operazioni alchemiche”, fatte in laboratorio,
altri affermano che quel che deve essere scelto deve pervenire direttamente dal
“mondo” senza alcun filtro, altri ancora pensano che ci debbano essere dei
legami con l’arte paleocristiana e altri invece seguono le varie mode che si
susseguono ininterrotte da decenni: neo-popolare, neo-romanico, neo-bizantino o
il più diffuso pop. Ma come
raccontava Tacito nelle Historiae, --
quando, nel tragico momento delle guerre civili dell’anno 69, furono diffuse strategicamente
delle dicerie sulla presunta morte di Ottone al fine di far uscire allo
scoperto Galba, e sconfiggerlo definitivamente – “nemo scire et omnes adfirmare”, oggettiva infinitiva traducibile come
“nessuno sapeva e tutti parlavano”. Descrive uno stato d’animo tipico nei
momenti di passaggio, nelle situazioni di confusione in cui tutti facilmente
sono suggestionabili, perché disposti a credere ad una soluzione, in quanto
desiderata e necessaria. Ma purtroppo sbagliarono i sostenitori di Galba allora,
e sbagliano quelli che oggi sono disponibili alle facili soluzioni, e che,
senza alcuna riflessione e senza alcun approfondimento delle questioni in
gioco, si gettano rapidamente alle conclusioni, invece di intraprendere la più
lunga e più difficile strada dello studio.
Affinché l’arte pittorica possa
svolgere il suo “nobile servizio” ancillare, deve essere umile, farsi
servitrice e non protagonista. Deve rappresentare le sacre storie e il credo
della fede “nello splendore del colore e nella perfezione della bellezza”,
senza rinunciare alla capacità narrativa e alla via della bellezza; infine,
mettendo al centro la corporeità dell’Incarnazione, deve essere comprensibile.