lunedì 9 novembre 2015

La "Laudato si" ed il valore dell'artigianato per lo sviluppo di un "nuovo umanesimo".


Negli articoli delle ultime settimane, abbiamo riflettuto su alcuni elementi portanti delineati nella Enciclica Laudato Si’: ecologia, tecnica, lavoro, città, bellezza. Ebbene, proprio a partire da questi elementi,  mi sembra si possa ripensare un invito a prendere coscienza del profondo valore del lavoro manuale artigianale[1].
Sebbene l’artigianato in quanto tale non sia un tema dell’Enciclica, tuttavia questo tipo di lavoro sembra essere un elemento indispensabile per uno sviluppo produttivo creativo e sostenibile, rispettoso della dignità dell’essere umano. Leggiamo infatti nella Laudato Si’: «un percorso di sviluppo produttivo più creativo e meglio orientato potrebbe correggere la disparità tra l’eccessivo investimento tecnologico per il consumo e quello scarso per risolvere i problemi urgenti dell’umanità; potrebbe generare forme intelligenti e redditizie di riutilizzo, di recupero funzionale e di riciclo; potrebbe migliorare l’efficienza energetica delle città; e così via. La diversificazione produttiva offre larghissime possibilità all’intelligenza umana per creare e innovare, mentre protegge l’ambiente e crea più opportunità di lavoro. Questa sarebbe una creatività capace di far fiorire nuovamente la nobiltà dell’essere umano, perché è più dignitoso usare l’intelligenza, con audacia e responsabilità, per trovare forme di sviluppo sostenibile ed equo, nel quadro di una concezione più ampia della qualità della vita. Viceversa, è meno dignitoso e creativo e più superficiale insistere nel creare forme di saccheggio della natura solo per offrire nuove possibilità di consumo e di rendita immediata» (n. 192).
Il lavoro artigianale è radicato nelle culture e nel rispetto delle risorse ambientali, è un lavoro che rispetta la qualità della vita, in quanto consente di abitare dove si lavora, o poco lontano; è un mestiere intrinsecamente portatore di virtù, mira alla produzione, mediante le mani e l’ingegno, di oggetti duraturi, utili, belli: dunque è il lavoro produttivo ecologico per eccellenza ed è anche il lavoro che non disumanizza, ma consente la realizzazione della propria dignità.
La questione dell’artigianato è strettamente connessa alla questione dell’arte, anche se le loro strade sono state spesso forzosamente separate[2].
Secondo la ricostruzione di Shiner[3], il punto fondamentale per la costituzione del concetto di arte accadrebbe nella modernità e consisterebbe proprio nella distinzione tra arte e artigianato: l’artista si distingue nettamente da colui che ha competenze ed abilità manuali, come se ne fosse un superamento. Mentre “prima”, l’artista era anche artigiano, e nel campo delle arti entravano tutte le attività artigianali, “dopo”, l’arte costituisce un insieme separato, avendo perso l’attributo dell’artigianalità. Shiner prova a ricostruire il momento della prima separazione tra arte e artigianato, rintracciandolo di fatto  nell’era dei philosophes, ovvero nel XVIII  secolo.  Dunque, secondo Shiner, nel Rinascimento arte e artigianato convivono ancora: «Sostengo […] che il Rinascimento non abbia instaurato gli ideali moderni di arte, di artista e di estetica; intendo infatti dimostrare che, malgrado siano stati compiuti allora passi importanti in quella direzione, l’antico sistema che univa l’arte e l’artigianato era ancora operativo tanto nell’Italia di Michelangelo quanto nell’Inghilterra di Shakespeare»[4]
Shiner sottolinea come per un artista pre-romantico o romantico, a differenza dell’artista rinascimentale, tutto risieda esclusivamente in un ambito ideale: «dopo la rottura settecentesca, tutti gli aspetti nobili della precedente figura dell’artigiano-artista, come grazia, invenzione e immaginazione furono associati soltanto all’artista, mentre l’artigiano, o artiere, si disse che possedeva solo l’abilità, che lavorava seguendo la consuetudine, che mirava solo al guadagno»[5] . Questa rottura tra arte e artigianato merita riflessione. Separare l’invenzione dall’abilità ha avuto conseguenze profonde per l’arte, che si è trovata apparentemente libera dalle regole e nello stesso tempo privata di un mestiere.       
                                                        
Se, infatti, questo procedimento può sembrare positivo e liberatorio, di fatto pone alcuni problemi. Se si riconosce all’artista la capacità creativa indipendentemente dall’abilità tecnica, se artista è colui che è capace di esprimere se stesso in ogni modo e attraverso ogni mezzo, ecco allora che diventa problematica la definizione dell’arte stessa, tanto che il medesimo  Shiner nota che «soltanto a seguito dell’instaurazione del moderno sistema dell’arte ci si può chiedere: “è davvero arte?”, oppure: “Qual è la relazione tra arte e società?» [6] . Come è noto, il sistema dell’arte che fa convivere arte e artigianato ha come fine una bellezza che coincide con la bontà dell’oggetto stesso, entro un orizzonte di pratica del mestiere e coltivazione delle virtù morali. Il regista svedese Ingmar Bergman ha espresso più volte il desiderio di essere come uno degli artisti-artigiani della Cattedrale di Chartres, sottolineando come «in altri tempi l’artista rimaneva sconosciuto e la sua opera era dedicata alla gloria di Dio. Egli viveva e moriva senza essere né più né meno importante di altri artigiani. La capacità di creare era un dono. In un mondo come quello fioriva una sicurezza invulnerabile e una naturale umiltà»[7]
L’artigianato ha una intrinseca relazione con la bellezza; le produzioni industriali hanno abolito la “decorazione”, sia per motivazioni ideologiche estetiche ma anche per l’impossibilità di produrre decorazioni belle a basso costo. Gli oggetti industriali sono tutti uguali, invece gli oggetti artigianali sono portatori di un simbolismo, pregnante di significati legati alle singole culture e tradizioni. Forse il rilancio dell’artigianato fa parte di quel “torniamo indietro” che papa Francesco nella sua ultima Enciclica rivolge alle società industrializzate e disumanizzate: « se in alcuni casi lo sviluppo sostenibile comporterà nuove modalità per crescere, in altri casi, di fronte alla crescita avida e irresponsabile che si è prodotta per molti decenni, occorre pensare pure a rallentare un po’ il passo, a porre alcuni limiti ragionevoli e anche a ritornare indietro prima che sia tardi» (n. 193). Non si tratta ovviamente di un tornare al passato, in una sorta di tradizionalismo, ma di rintracciare il valore autenticamente creativo e innovativo proprio del lavoro artigianale.
Possiamo immaginare un rilancio dell’artigianato, non solo al livello politico delle economie degli stati, ma a livello pastorale, nelle Chiese locali: parrocchie e diocesi potrebbero valorizzare l’artigianato locale, mediante accademie e scholae, capaci di promuovere  un lavoro profondamente umano, all’insegna della bellezza e della sostenibilità.

di Rodolfo Papa. www.rodolfopapa.it



[1] Per quanto segue, cfr. R. Papa, Papa Francesco e la missione dell’arte, prefazione del card. R. Sarah e introduzione del card. A. Canizares, Cantagalli, Siena 2015 (in corso di pubblicazione).
[2] Per quanto segue, cfr. R. PAPA, Discorsi sull’arte sacra, introduzione del card. A. CANIZARES,  Cantagalli, Siena 2012.
[3] L.SHINER, L’invenzione dell’arte. Una storia culturale [2001], trad.it., Einaudi, Torino 2010.
[4] Ibid., p. 11.
[5] Ibid.., pp. 15-16.
[6] Ibid., p. 18.
[7] I. Bergman espresse in modo particolare questi giudizi nel saggio Making films del 1954. Cfr. I. Bergman-R- Shargel, Interviews, University Press of Mississippi, 2007; M. Koskinen, Bergman revisited. Performance, cinema and arts, Wallflower Press, London 2008.

domenica 1 novembre 2015

Tutti i Santi, All Saints, Todos los Santos, Allerheiligen, Tous les Saints,جميع القديسين, 萬聖節, כל הקדושים, 모든 성도, Omnium Sanctorum, オールセインツ

Rodolfo Papa, Giudizio Universale, 350x700 cm 2003 Cattedrale di Bojano (CB)

La bellezza è legata alla santità e non alla ricchezza! È infatti per questo che la Chiesa costruisce da sempre attraverso l'arte la narrazione della santità nella Storia dell'uomo. Dobbiamo vigilare perché questa relazione permanga sempre perché senza bellezza artistica il mondo non avrà più la prospettiva giusta per "vedere" il senso delle vite dei santi nella Gloria di Dio.

Qui sotto parte del ciclo pittorico dell'Antica Cattedrale di Bojano realizzata dal Maestro Rodolfo Papa tra il 2000 ed il 2011. 





























mercoledì 28 ottobre 2015

LA CITTÀ BELLA NELLA ENCICLICA “LAUDATO SI’”


La città[1], come realtà e come metafora del vivere comune degli uomini, fa parte delle finalità della dottrina sociale della Chiesa[2]: « Evangelizzare il sociale è allora infondere nel cuore degli uomini la carica di senso e di liberazione del Vangelo, così da promuovere una società a misura dell'uomo perché a misura di Cristo: è costruire una città dell'uomo più umana, perché più conforme al Regno di Dio»[3].
Il tema della città è centrale nella ecologia integrale di papa Francesco. Nell’Enciclica, la città appare innanzitutto come il luogo degli abusi tecnocratici, della frammentazione sociale, dei disagi materiali e spirituali delle persone. Il fenomeno della crescente e disordinata urbanizzazione e delle megalopoli, fenomeno che tocca tutti i continenti in varia misura, è analizzato con dettaglio: «Oggi riscontriamo, per esempio, la smisurata e disordinata crescita di molte città che sono diventate invivibili dal punto di vista della salute, non solo per l’inquinamento originato dalle emissioni tossiche, ma anche per il caos urbano, i problemi di trasporto e l’inquinamento visivo e acustico. Molte città sono grandi strutture inefficienti che consumano in eccesso acqua ed energia. Ci sono quartieri che, sebbene siano stati costruiti di recente, sono congestionati e disordinati, senza spazi verdi sufficienti. Non si addice ad abitanti di questo pianeta vivere sempre più sommersi da cemento, asfalto, vetro e metalli, privati del contatto fisico con la natura» (n. 44). Per certi versi, le megalopoli e in generale le città contemporanee sembrano essere il riflesso preciso dell’“antropocentrismo dispotico” (cfr. n. 68) e dell’“antropocentrismo deviato” (cfr. n. 69), sorta di Torri di Babele, monumenti di presunzione e invivibilità. Effettivamente, i principi fondamentali della città moderna, concepiti in Europa e poi esportati in tutto il mondo, sono ispirati a teorie funzionaliste, entro una visione utilitaristica del mondo. Il modello urbanistico originario della contemporaneità è la “Ville Radieuse” progettata da Le Corbusier nei primi decenni del Novecento[4]. In essa, si propone la distinzione e la separazione dei luoghi secondo le funzioni, dunque i luoghi di abitazione sono distinti e lontani da quelli del lavoro e da quelli dello studio;  si propone anche, conseguentemente, la distinzione dei percorsi secondo i mezzi, cosicché le strade per automobili collegano i posti lontani, in separazione dai percorsi pedonali. Ne deriva, nella attualizzazione, una città frammentata, in cui l’automobile sembra avere priorità sull’uomo. É una città in cui l’andare ha prevalenza sullo stare e sui valori di cui lo “stare” è portatore, quali le relazioni umane, la famiglia, l’aggregazione sociale. Si tratta di città progettate in funzione delle strade e non delle piazze, secondo la logica geometrica dell’angolo retto e non secondo la logica del ben vivere umano. Fino ad arrivare alla deriva di città che di fatto sono dei “non luoghi”, ovvero contenitori di passaggio e non dimore, qualcosa di simile alla distopia tratteggiata anche in termini urbanistici da Ray Bradbury in Fahrenheit 451 nel 1953: « Le autostrade e le strade d’ogni genere sono affollate di gente che va un po’ dappertutto, ovunque, ed è come se non andasse in nessun posto. I profughi della benzina, gli erranti del motore a scoppio. Le città si trasformano in auto-alberghi ambulanti, la gente sempre più dedita al nomadismo va di località in località, seguendo il corso delle maree lunari, passando la notte nella camera dove sei stato tu oggi e io la notte passata»[5].
L’Enciclica, per il suo impianto etico, ha una forte carica propositiva, e dunque dedica soprattutto attenzione alla “città bella”, alla città che realizza o dovrebbe realizzare la giusta armonia con l’ambiente e la giusta realizzazione dell’uomo. «In alcuni Paesi ci sono esempi positivi di risultati nel migliorare l’ambiente, come […] l’abbellimento di paesaggi con opere di risanamento ambientale, o progetti edilizi di grande valore estetico, progressi nella produzione di energia non inquinante, nel miglioramento dei trasporti pubblici. Queste azioni non risolvono i problemi globali, ma confermano che l’essere umano è ancora capace di intervenire positivamente. Essendo stato creato per amare, in mezzo ai suoi limiti germogliano inevitabilmente gesti di generosità, solidarietà e cura» (n. 58).
La città bella è una citta abitabile per l’uomo, nella valorizzazione del patrimonio naturale, storico, artistico e culturale: «Insieme al patrimonio naturale, vi è un patrimonio storico, artistico e culturale, ugualmente minacciato. È parte dell’identità comune di un luogo e base per costruire una città abitabile» (n. 143)
La città abitabile ed ecologica non deve distruggere le vecchie città, ma deve integrare le varie dimensioni e salvaguardare l’identità originale: «Non si tratta di distruggere e di creare nuove città ipoteticamente più ecologiche, dove non sempre risulta desiderabile vivere. Bisogna integrare la storia, la cultura e l’architettura di un determinato luogo, salvaguardandone l’identità originale. Perciò l’ecologia richiede anche la cura delle ricchezze culturali dell’umanità nel loro significato più ampio. In modo più diretto, chiede di prestare attenzione alle culture locali nel momento in cui si analizzano questioni legate all’ambiente, facendo dialogare il linguaggio tecnico-scientifico con il linguaggio popolare» (n. 143). Si comprende l’irrazionalità della pretesa che le città siano tutte uguali, senza alcun legame con l’ambiente, le tradizioni  e le culture locali.
Pensare la città significa pensare la cultura in tutte le sue dimensioni: « È la cultura non solo intesa come i monumenti del passato, ma specialmente nel suo senso vivo, dinamico e partecipativo, che non si può escludere nel momento in cui si ripensa la relazione dell’essere umano con l’ambiente» (n. 143).
Contrariamente alla Ville Lumiere o alle distopie futuriste, nella città bella i luoghi sono integrati, collegate, in modo che le persone si sentano a casa, radicate e unite:  «É necessario curare gli spazi pubblici, i quadri prospettici e i punti di riferimento urbani che accrescono il nostro senso di appartenenza, la nostra sensazione di radicamento, il nostro “sentirci a casa” all’interno della città che ci contiene e ci unisce. È importante che le diverse parti di una città siano ben integrate e che gli abitanti possano avere una visione d’insieme invece di rinchiudersi in un quartiere, rinunciando a vivere la città intera come uno spazio proprio condiviso con gli altri» (n. 151).

I trasporti dovrebbero essere finalizzati al bene dell’uomo e non ai guadagni: «La qualità della vita nelle città è legata in larga parte ai trasporti, che sono spesso causa di grandi sofferenze per gli abitanti. Nelle città circolano molte automobili utilizzate da una o due persone, per cui il traffico diventa intenso, si alza il livello d’inquinamento, si consumano enormi quantità di energia non rinnovabile e diventa necessaria la costruzione di più strade e parcheggi, che danneggiano il tessuto urbano. Molti specialisti concordano sulla necessità di dare priorità al trasporto pubblico. Tuttavia alcune misure necessarie difficilmente saranno accettate in modo pacifico dalla società senza un miglioramento sostanziale di tale trasporto, che in molte città comporta un trattamento indegno delle persone a causa dell’affollamento, della scomodità o della scarsa frequenza dei servizi e dell’insicurezza» (n. 153).
L’armonia naturale dell’universo dovrebbe guidare ogni intervento sul paesaggio: «Ogni intervento nel paesaggio urbano o rurale dovrebbe considerare come i diversi elementi del luogo formino un tutto che è percepito dagli abitanti come un quadro coerente con la sua ricchezza di significati. In tal modo gli altri cessano di essere estranei e li si può percepire come parte di un “noi” che costruiamo insieme. Per questa stessa ragione, sia nell’ambiente urbano sia in quello rurale, è opportuno preservare alcuni spazi nei quali si evitino interventi umani che li modifichino continuamente» (n. 151).
Dunque la città bella dovrebbe rispecchiare quel “tutto in connessione e in relazione” che è la vera identità del cosmo; citando la Evangelii Gaudium (n. 210), papa Francesco afferma « Come sono belle le città che superano la sfiducia malsana e integrano i differenti e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro!» (n. 151).



Rodolfo Papa è presidente dell'Accademia Urbana delle Arti. Sito internet: www.rodolfopapa.it Blog: http://rodolfopapa.blogspot.com      e.mail: rodolfo_papa@infinito.it .




[1] Per quanto segue, cfr. R. Papa, Papa Francesco e la missione dell’arte, prefazione del card. R. Sarah e introduzione del card. A. Canizares Cantagalli, Siena 2015 (in corso di pubblicazione).
[2] Su architettura e urbanistica in relazione alla dottrina sociale della Chiesa, cfr. R. Papa, L’ordine della bellezza. Riflessioni strutturali su Leonardo in C. Capitti (ed.), La città della speranza, Qanat, Palermo 2015; C. Capitti, Governo del territorio e Dottrina Sociale della Chiesa in architettura, urbanistica, ambiente e paesaggio, Qanat, Parlermo 2013.
[3] Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 63.
[4] Le Corbusier, Verso una Architettura [1923], Longanesi, Milano 1973, 2003.
[5] R. Bradbury, Fahrenheit 451, Mondadori, Milano 2013, pp. 62-63.

martedì 22 settembre 2015

Intervista al Presidente dell'Accademia Urbana delle Arti di Roma, di Tommaso Evangelista





L’arte, come si legge dal Manifesto dell’Accademia Urbana delle Arti, può e deve riportare la verità e il bene all’interno della città, dentro l’organismo urbano dal quale sembra essere sparita ogni sorta di devozione, condivisione e commissione di bellezza. Lo deve fare attraverso le armi della dottrina e della scienza, ovvero attraverso una forte azione educativa sul territorio. In tempi nei quali la meritocrazia è definita “antidemocratica” e l’arte “democratica” è solo quella commerciale, spinta verso il basso (di tecnica e di contenuti) dal lavoro disorientante delle gallerie e dei curatori incapaci, o inadeguati, a sostenere il peso e la necessità da una parte della Bellezza e dall’altra dell’Avanguardia, l’istituzione di corsi d’arte capaci di unire ricerca e conoscenza pratica e studio teorico è un inatteso e positivo avvenimento. Promotore è il maestro Rodolfo Papa che ha messo a disposizione la sua competenza d’artista e di storico, e il suo Studio d’Arte, per l’attivazione di tre specifici corsi: Tecniche del disegno, Tecniche pittoriche e Arte Sacra, quali aggiornamento e formazione per gli artisti. Abbiamo pertanto voluto rivolgergli alcune domande.
Nel Padiglione della Santa Sede alla prossima Biennale di Venezia il tema selezionato è  stato quello della parabola del Buon Samaritano, ovvero del “Dio fatto carne che soccorre l’uomo ferito, segnato dalla morte e dalla fragilità”. L’arte soccorre l’uomo e, soprattutto, gli artisti si possono soccorrere vicendevolmente attraverso lo studio e l’approfondimento, seguendo anche il consiglio di Leonardo De Vinci -«Dico e confermo che ‘l disegnare in compagnia è molto meglio che solo, per molte ragioni» Leonardo, Libro di pittura, II, 71- che giustamente lei ha inserito come citazione nella descrizione del corso in tecniche del disegno? La salvezza dell’arte parte dal disegno?

Rodolfo Papa: Il disegno non è solo una attività propedeutica alla pittura né un’attività fine a se stessa, ma consiste principalmente nell’imparare a vedere e a conoscere le cose. Nel mondo attuale, noi abbiamo demandato la conoscenza ad alcuni reparti dell’edificio del sapere, regalando loro l’esclusività. Ma ci sono delle realtà che non possono essere descritte e conosciute esclusivamente dai dati scientifici che sono il prodotto dell’osservazione della realtà. Lyotard fa notare come nella Germania della Repubblica di Weimar, venga definitivamente sancito il superamento della filosofia come guida delle discipline accademiche perché con quella filosofia proposta da von Humboldt di fatto la Germania aveva perso la guerra. Una visione utilitaristica e tecnologista si stava affermando in tutto l’Occidente. La separazione tra conoscenza e bellezza artistica era già stata messa in crisi più di un secolo prima e qui veniva di fatto ratificata. Le esperienze artistiche precedenti alla I Guerra Mondiale, inneggiarono in alcuni movimenti ad una visione “futurista”. Dopo la II Guerra Mondiale, di fatto si suppose che l’espressionismo astratto fosse l’unica possibile soluzione. Ma in realtà, il disegno in tutte le sue accezioni, nella distinzione che ne fa Leonardo prima citata, o in quella che propone Federico Zuccari, rimane sempre la struttura per vedere, conoscere e rappresentare la realtà. Gli approdi formali, nel corso della storia, si sono manifestati come molteplici e, per certi versi, il relativismo contemporaneo avrebbe bisogno di ammetterli tutti e non di escluderli.
Il disegno costituisce uno strumento conoscitivo efficace perché è capace di cogliere la molteplicità degli aspetti della realtà, il suo dinamismo e la sua varietà, senza rinunciare a coglierne il significato unitario.
Nel mio corso, intendo mettere lo studente, di qualunque livello e capacità, di fronte alla realtà, usando la matita come uno strumento conoscitivo e rappresentativo, esaltando quel legame mente-occhi-mano di cui Leonardo è maestro.

Dalle pagine del quotidiano Rinascita Guttuso, analizzando la figura di De Chirico, scriveva dell’importanza della Pittura, nel senso più profondo del termine in quanto Unità fuori da schemi critici contemporanei, colpevoli invece di revisioni ideologiche. Cito «Si suole guardare a Piero, a fra’ Angelico, a Grunewald con un occhio che abbia imparato da Cézanne ciò che è bene e ciò che non è bene. Cézanne ci ha insegnato molte cose; la pittura non vive solo di Cézanne». Lo stesso De Chirico affermava che non era tollerata l’ignoranza in un pittore. Oggi vi è la tendenza negli artisti a dimenticare, o mettere da parte, la competenza tecnica, richiamandosi appunto alle opere e allo stile di maestri storici contemporanei –vedi Cézanne- che da par loro erano perfettamente capaci di miscelare dei colori o preparare una tela. Ciò porta sovente a risultati espressivi di scarsa qualità. Su quali competenze vuole lavorare nel suo corso di tecniche pittoriche?

Rodolfo Papa: Vorrei che ciascuno sviluppasse conoscenze, competenze e abilità a 360 gradi.
Innanzitutto, le competenze proprie delle tecniche pittoriche si fondano, come detto, sul disegno.
Occorre inoltre sapersi confrontare con le tecniche classiche, comprenderle, capirle, impararle, e poi imparare anche a sperimentare: saper utilizzare materiali classici ma anche, laddove sia possibile, nuovi materiali; imparare anche a preparare i propri colori e non solo acquistarli.
Gli artisti hanno sempre inventato i loro colori. Del resto, la capacità di inventare tecniche, strumenti, mezzi, addirittura colori, è propria di tutte le epoche.
Anche se il corso è collettivo, il percorso di ciascuno è personale.
Si parte dall’imparare un metodo base, privilegiando la pittura ad olio, fornendo una tavolozza base e insegnando le varie combinazioni. Padroneggiare questo può anche richiedere un intero anno. Si può poi passare eventualmente ad altre tecniche, quali tempera, acquerello, acrilico, ma questo dipende anche dagli allievi.
Si insegnerà anche a preparare la tela, con tutte le varie fasi.

«Si raccomanda inoltre di istituire scuole o accademie di arte sacra per la formazione degli artisti, dove ciò sembrerà opportuno. Tutti gli artisti, poi, che guidati dal loro talento intendono glorificare Dio nella santa Chiesa, ricordino sempre che la loro attività è in certo modo una sacra imitazione di Dio creatore e che le loro opere sono destinate al culto cattolico, alla edificazione, alla pietà e alla formazione religiosa dei fedeli». Lei ha voluto inserire questo passo tratto dalla costituzione Sacrosanctum Concilium -n. 127: “Formazione degli artisti”- quale premessa al suo corso in Arti Sacre. Su tale argomento, si veda a riguardo anche il suo celebre testo Discorsi sull’arte sacra, ha speso molte e importanti riflessioni. A suo avviso qual è, in questo campo, l’urgenza alla quale far fronte sul piano didattico?
Rodolfo Papa: Questo corso è indicato per giovani artisti che abbiano già un’ottima preparazione tecnica, nel disegno, nelle varie tecniche pittoriche, perché principalmente non è un corso formale. L’obiettivo è apprendere tutto ciò che è necessario per poter affrontare la delicata questione dell’arte sacra: dunque i contenuti del Magistero, un profondissimo studio di iconologia e iconografia, composizione, poggiando ovviamente sui presupposti di una conoscenza storica e teologica del Cristianesimo.
Potremmo dire che questo è un corso di perfezionamento. Consiste nell’accompagnare gli allievi in un percorso di formazione in grado di far comprendere loro la complessità e la grande difficoltà di questa particolare branca della disciplina artistica.


Tommaso Evangelista Critico d'Arte

Per ulteriori informazioni sulle attività e i corsi dell'Accademia Urbana delle Arti
visita  www.rodolfopapa.it 


La “LAUDATO SÌ” e la Bellezza. Coltivare e Custodire il Giardino del mondo.


La riflessione sull’ambiente è cara a papa Francesco; fin dall’inizio del suo Ministero ha invitato a essere “custodi dei doni di Dio” e fin da subito ha unito il concetto di custodia del creato a quello di tutela della sua bellezza[1]: «La vocazione del custodire, però, non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi»[2]. Anche nella Enciclica Laudato Sì (24 maggio 2015) interamente dedicata alla custodia del creato, la bellezza ha un suo posto grazie alla prospettiva ampia e feconda della “ecologia integrale”.  In questa ecologia “integrale”, la natura viene presentata come un insieme complesso e integrato che richiede un approccio conoscitivo e una cura complessi e integrati. L’Enciclica infatti ha una tessitura realmente interdisciplinare: il riconoscimento della verità della realtà naturale, nella sua complessa realtà oggettiva, è il primo passo per una autentica custodia del creato.
In questa prospettiva, da subito interviene la questione della bellezza che è propria  della natura. La bellezza è presente nella natura in quanto Dio ne è autore: «Per questo [San Francesco] chiedeva che nel convento si lasciasse sempre una parte dell’orto non coltivata, perché vi crescessero le erbe selvatiche, in modo che quanti le avrebbero ammirate potessero elevare il pensiero a Dio, autore di tanta bellezza» (Laudato Sì, n. 12)[3].
L’aggettivo “bella” è usato poche volte nell’Enciclica, in posizioni peculiarmente importanti. Il primo uso è “fondativo”: innanzitutto “bella” è la terra come “madre”: «“Laudato si’, mi’ Signore”, cantava san Francesco d’Assisi.[…] la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia » (n.1). Un uso ulteriore dell’aggettivo “bella” è in senso critico: la terra diventa «meno ricca e bella» (n. 34) quando gli interventi umani sono solo al servizio della finanza e del consumismo. Dunque la gradualità della bellezza naturale può andare verso il peggioramento a causa degli uomini. Ma “belle” sono anche le opere dell’uomo: infatti, bella è definita anche una città che sa convivere con la natura: «Spesso si trova una città bella e piena di spazi verdi ben curati in alcune aree “sicure”» (n. 45).
La dinamica di questi tre passaggi traccia il percorso dell’Enciclica: la terra ci è donata “bella”, interventi sconsiderati dell’uomo la rendono “meno bella”, ma “bella” è  la capacità umana di vivere la terra, di coltivarla, di costruirla ma con rispetto e cura: anche la città può e deve essere bella.
Il termine sostantivo “bellezza” ricorre molte volte, in diversi contesti, qui nel seguito elencati: «il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo» (n. 11); «la natura come uno splendido libro nel quale Dio ci parla e ci trasmette qualcosa della sua bellezza e della sua bontà»; «Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro autore» (Sap 13,5) (n.12); «Dio, autore di tanta bellezza» (n. 12); «la grandezza, l’urgenza e la bellezza della sfida che ci si presenta» (n.15); «ci illudiamo di poter sostituire una bellezza irripetibile e non recuperabile con un’altra creata da noi» (n. 34); «In alcuni luoghi, rurali e urbani, la privatizzazione degli spazi ha reso difficile l’accesso dei cittadini a zone di particolare bellezza» (n. 45); «progetto di pace, bellezza e pienezza» (n. 53); «La fede ci permette di interpretare il significato e la bellezza misteriosa di ciò che accade» (n. 79); «Il Signore poteva invitare gli altri ad essere attenti alla bellezza che c’è nel mondo, perché Egli stesso era in contatto continuo con la natura e le prestava un’attenzione piena di affetto e di stupore. Quando percorreva ogni angolo della sua terra, si fermava a contemplare la bellezza seminata dal Padre suo» (n. 97); «il “salto” nell’ambito della bellezza. Si può negare la bellezza di un aereo, o di alcuni grattacieli? Vi sono preziose opere pittoriche e musicali ottenute mediante il ricorso ai nuovi strumenti tecnici. In tal modo, nel desiderio di bellezza dell’artefice e in chi quella bellezza contempla si compie il salto verso una certa pienezza propriamente umana» (n. 103); «un individualismo romantico travestito da bellezza ecologica» (n. 119); «Non basta la ricerca della bellezza nel progetto, perché ha ancora più valore servire un altro tipo di bellezza» (n. 150); «Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza» (n. 205); «Prestare attenzione alla bellezza e amarla ci aiuta ad uscire dal pragmatismo utilitaristico» (n. 215); «nella spiritualità dell’Oriente cristiano: «La bellezza, che in Oriente è uno dei nomi con cui più frequentemente si suole esprimere la divina armonia e il modello dell’umanità trasfigurata» (n. 235); «quando contempliamo con ammirazione l’universo nella sua grandezza e bellezza, dobbiamo lodare tutta la Trinità» (n. 238); «Maria […] vive con Gesù completamente trasfigurata, e tutte le creature cantano la sua bellezza. […] Nel suo corpo glorificato, insieme a Cristo risorto, parte della creazione ha raggiunto tutta la pienezza della sua bellezza» (n. 241); «Alla fine ci incontreremo faccia a faccia con l’infinita bellezza di Dio» (n. 243). Infine “bellezza” ricorre due volte nella “Preghiera per la nostra terra”: «affinché ci prendiamo cura della vita e della bellezza», «affinché seminiamo bellezza» e ancora una volta nella “Preghiera cristiana con il creato”: «insegnaci a contemplarti nella bellezza dell’universo»
Il termine “bellezza” viene, dunque, usato in modo analogico, riferito a varie dimensioni: le cose naturali, gli oggetti della tecnica, l’agire umano, il linguaggio, il progetto di pace. Ma il primo modo di dire la bellezza è “la bellezza infinita di Dio”, ogni altra bellezza viene da Dio che ne è l’Autore. La bellezza presente nella natura in quanto progetto di Dio, può essere anche proposta nelle opere dell’uomo –che siano arte, tecnologia, città- mediante “il salto nella bellezza”.
L’uso del termine nelle preghiere finali dell’Enciclica raduna tutto il percorso: prima di tutto la bellezza è una realtà di cui prendersi cura, poi la bellezza è una realtà che gli uomini stessi possono seminare.
In questa cura e in questa semina consiste la “cultura della cura” (n.231) che viene insegnata dagli stessi testi biblici, che «invitano a “coltivare e custodire” il giardino del mondo (cfr. Gen 2,15). Mentre “coltivare” significa arare o lavorare un terreno, “custodire” vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare» (n. 67). L’uomo è “signore dell’universo” in quanto deve esserne “amministratore responsabile” (n. 116). 
Ma soprattutto nella bellezza del creato si contempla Dio.
La casa comune, da custodire e coltivare, viene infatti presentata come una realtà complessa in cui tutto è in relazione, in cui proprio la complessità è segno di Dio: «L’insieme dell’universo, con le sue molteplici relazioni, mostra al meglio la ricchezza inesauribile di Dio» (n. 86).
La bellezza inesauribile di Dio risplende nella bellezza del creato.



[1] Questo argomento viene esposto e ampliato in R. Papa, Papa Francesco e la missione dell’arte, prefazione del card. Sarah e introduzione del card. Canizares Cantagalli, Siena 2015 - in corso di pubblicazione.
[2] Francesco, Omelia. Santa Messa per l’inizio del ministero petrino, 19 marzo 2013.
[3] Per una riflessione sul valore, anche simbolico, delle erbe spontanee e delle erbe coltivate, cfr. R. Papa, L’Estetica della Provvidenza. L’utilizzo del paesaggio e della allegoria parenetica delle piante come forma di rappresentazione figurativa della Provvidenza, nel piano dell’opera letteraria dei “Promessi Sposi”, in “I grandi classici della letteratura cristiana Letture teologiche”, a cura del Vicariato di Roma, in pubblicazione..

martedì 1 settembre 2015

SONO APERTE LE ISCRIZIONI AI CORSI DI DISEGNO, PITTURA E ARTE SACRA DELL'ACCADEMIA URBANA DELLE ARTI A.A. 2015-2016

A questo indirizzo troverete nelle pagine dell'accademia la descrizione dei corsi attivi
i modelli di iscrizione ai corsi
le modalità di pagamento e i costi

«Dico e confermo che ‘l disegnare in compagnia è molto meglio che solo, per molte ragioni» Leonardo, Libro di pittura, II, 71 CORSO DISEGNO I II e III LIVELLO www.rodolfopapa.it

«So benissimo, com’ogni uomo che non vive nelle nuvole, che si possono creare opere indimenticabili con mezzi scarsi quando si ha del genio o per lo meno dell’ingegno, ma quello che non è permesso è l’ignoranza. E, per quanto io sappia, non v’è pittore che si rispetti, antico o moderno, che abbia ignorato e che ignori la tecnica della pittura» Giorgio de Chirico, Piccolo trattato di tecnica pittorica, 1928 CORSO DI PITTURA I II e III LIVELLO www.rodolfopapa.it 

«Si raccomanda inoltre di istituire scuole o accademie di arte sacra per la formazione degli artisti, dove ciò sembrerà opportuno. Tutti gli artisti, poi, che guidati dal loro talento intendono glorificare Dio nella santa Chiesa, ricordino sempre che la loro attività è in certo modo una sacra imitazione di Dio creatore e che le loro opere sono destinate al culto cattolico, alla edificazione, alla pietà e alla formazione religiosa dei fedeli» Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium,  n. 127: “Formazione degli artisti” CORSO DI PERFEZIONAMENTO IN ARTE SACRA I II e III LIVELLO www.rodolfopapa.it

«I  chierici, durante il corso filosofico e teologico, siano istruiti anche sulla storia e sullo sviluppo dell'arte sacra, come pure sui sani principi su cui devono fondarsi le opere dell'arte sacra, in modo che siano in grado di stimare e conservare i venerabili monumenti della Chiesa e di offrire consigli appropriati agli artisti nella realizzazione delle loro opere» Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, n. 129:  “Formazione artistica del clero” CICLI DI CONFERENZE E LEZIONI DI FILOSOFIA DELL'ARTE, ESTETICA E STORIA DELL'ARTE. www.rodolfopapa.it